La carità non piace alle famiglie

Copio incollo un articolo che ho trovato sulla pagina web di Redattore Sociale, pagina molto interessante dove sono raccolte molte notizie dal mondo del welfare. L’articolo mi pare interessante riguardo ai risultati di una campagna raccolta fondi per alcune onp. Ho voluto  questo post perchè a me, che sto arrivando adesso al mondo del fundraising,  ha fatto riflettere su come nell’organizzare delle campagne, gli scrupoli non sono mai troppi e che forse è meglio coinvolgere tutti i principali protagonisti….o mi sbaglio?

30 Marzo 2012
Il contatore ha superato la soglia del milione e mezzo, con 1.603.101 euro raccolti dal 18 al 25 marzo: una cifra destinata ad aumentare, visto che le donazioni bancarie andranno avanti fino all’8 aprile. Il ricavato sarà devoluto a 4 associazioni che sostengono bambini disabili: a Torino la Enzo B, in tutta Italia la Comunità Giovani XXIII, a Massa Carrara l’Anffas e al confine tra Liguria e Toscana la Coopselios.

La campagna mediatica a sostegno della raccolta fondi ha interessato tutte le reti Mediaset, che la scorsa settimana hanno trasmesso gli spot dei singoli progetti e alcuni video riepilogativi. Spot che però hanno sollevato alcune critiche, soprattutto da parte delle famiglie di persone disabili: non piace l’impostazione “pietistica” della campagna e non piace quella definizione di “bambini con una D in più”, che ritorna in alcuni spot. Marina Cometto, presidente dell’associazione Claudia Bottigelli, tramite il social network ha raccolto le opinioni di diversi genitori e le riporta in una lettera indirizzata alla redazione di Superabile.it (www.superabile.it) .

La prima nota stonata – scrive – è la presentazione: in tanti spot si parla di ‘bambini con una D in più’. Ma che significa? Ci sembra proprio una definizione infelice e senza alcun senso. Si parla forse di ‘bambini con una N in più’, per ‘catalogare’ i bambini di colore? O di ‘bambini con una C in più’ per indicare i bambini cinesi?”. Non piace poi, alle famiglie, il linguaggio pietistico e caritatevole della campagna. “I progetti – scrive Marina Cometto – vengono presentati come se i bambini con disabilità non avessero genitori: certo, alcuni purtroppo sono stati abbandonati, molti altri sono stati ricoverati in comunità, case famiglia o istituti: ma dire, come fa il video sul progetto dell’Anffas, che si vuole costruire una struttura per fare in modo che i bambini autistici possano stare insieme agli altri integrandosi, è un messaggio distorto di compassionevole carità. Infatti la maggior parte dei bambini con autismo vive in famiglia e frequenta la scuola: ed è questione di diritti, non di carità o di solidarietà”. Perché poi chiedere denaro, quando un progetto già riceve finanziamenti pubblici? E’ il caso della Comunità Giovanni XXIII: “si parla di case famiglia, un’esperienza importante, che però già riceve il sostegno dei Comuni, che versano una quota per ognuno dei bambini in affidamento. Che bisogno c’è di chiedere denaro e solidarietà?” C’è poi il video di Matrix , in cui i genitori affidatari affermano che la scuola, per mancanza di fondi, non può fornire gli ausili necessari. “Ma la scuola e le Asl – si legge nella lettera – hanno il dovere di fornire gli strumenti necessari per l’integrazione scolastica: non bisogna chiedere la solidarietà, ma il riconoscimento e il rispetto dei diritti! I genitori affidatari devono pagare la fisioterapia?? Anche in questo caso, si fanno passare i bambini con disabilità come persone senza diritti, a cui soltanto la generosità di persone sensibili può offrire il meglio. Quel che serve a questi bambini è invece il riconoscimento dei diritti sanciti dalle leggi 104/92, 162/98 (assistenza e vita indipendente) 328/00 e 284/97 (per le disabilità visive)”.

Anche l’inserimento scolastico dei bambini disabili è presentato, nel video di Toni Capuozzo, come frutto di generosità e solidarietà da parte degli altri bambini e delle loro famiglie: “Ma si tratta di un diritto – rimarca Marina Cometto – sancito dalla legge 104/92, per cui tutti i bambini devono frequentare la scuola e lo Stato deve fornire tutti gli strumenti necessari: insegnante di sostegno, assistente alla comunicazione, ausili, trasporto. Non servono soldi donati – concludono le famiglie – ma diritti riconosciuti. Anziché offrire 2-5 euro per un ‘povero’ bambino con disabilità, molto meglio sarebbe stare a fianco delle famiglie quando queste lottano in piazza per il riconoscimento dei diritti”.

Info.:
http://www.redattoresociale.itsocial.tiscali.it/articoli/news/12/03/rs_bambini_d.html

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